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Le storie

SI PUO’ IMPARARE AD IMPARARE DAI PAZIENTI

Si può ritrovare la gioia di vivere
Non è facile per uno psicologo raccontarsi in pubblico. Siamo abituati a farlo in contesti privati con altre finalità.
 
Dopo più di dieci anni di presenza in San Matteo, l’ospedale più importante e storico della città in cui sono nata e, salvo periodi di assenza per studio, cresciuta, ho accolto la proposta di raccontare di me come un’occasione per fare il punto della mia situazione, professionale e umana. La mia presenza qui è stata arricchita dai numerosi incontri con colleghi psicologi e psichiatri, con i diversi specialisti e specializzandi medici incontrati nelle consulenze, e, non ultimi, i pazienti e familiari, primo (s)oggetto del mio intervento. Soltanto negli ultimi sei anni, da quando è nata l’Attività di Psicologia Medica, più di 8.000 sono i contatti che io e la mia collega psichiatra abbiamo avuto con pazienti ricoverati all’interno di questo ospedale e con i loro familiari.
 
In ospedale l’incontro con l’altro passa sempre attraverso un rapporto asimmetrico, vale a dire con persone in condizione di bisogno che domandano qualcosa. L’ascolto è la prima condizione fondamentale per realizzare un vero incontro. Noi psicologi lo definiamo setting, cioè ambiente, contesto. Lo consideriamo soprattutto una disposizione interna verso l’altro e le sue necessità: la stanza più lussuosa e raggiungibile dell’ospedale o quella più spoglia e inaccessibile non fanno quanto la personale disposizione a sforzarsi di capire ciò che l’altro ci vuole dire. Il contesto ospedaliero mette alla prova lo psicologo nella capacità di mantenere stabile il suo setting interno: dal recarsi al letto del paziente, all’emergenza fisica che in certi momenti impedisce o riduce la possibilità di espressione dei suoi bisogni, al tempo del colloquio delimitato dalle priorità degli accertamenti o delle cure. Recarsi in più reparti poi, per le differenti caratteristiche o dinamiche, richiede capacità di adeguamento, come su una barca a vela la regolazione della spinta in relazione al vento per giungere alla destinazione stabilita. In molti casi la mia tenacia di mantenimento del setting interno ha reso possibile l’accompagnamento del paziente: non perderlo di vista nel passaggio tra più reparti o perseverare sulla continuità degli incontri in unità non abituate alle lungodegenze ha rappresentato per lui una condizione di familiarità quasi rassicurante. Molti sono i pazienti che, una volta dimessi, a distanza di tempo hanno mantenuto il contatto per aggiornarci sul lavoro riabilitativo o sull’esito dei controlli periodici.
 
Una delle questioni aperte della psicologia – in questo non molto diversa dalla medicina - è la difficoltà di passare, dopo anni di studio intenso, dal materiale teorico al “materiale clinico” che è l’essere umano. Ogni giorno ci confrontiamo con persone: corpi e anime. Soggetti che sperimentano la durezza a volte brutale della malattia che irrompe più o meno sempre con una certa imprevedibilità e spalanca interrogativi e incognite spesso senza risposta. Il trauma della scoperta di una malattia è un blackout, un vuoto il cui orrore anche solo per un attimo crea un cortocircuito di senso, non rappresentabile a parole. Come per tutti noi l’istante dello schianto degli aerei sulle Torri Gemelle nelle prime immagini dell’11 settembre 2001, così il racconto dei pazienti oncologici di fronte allo scoprirsi malati di cancro: un’angoscia non nominabile, non descrivibile immediatamente a parole.
 
Come ho provato a sostenere in questi dieci anni i pazienti di fronte alle loro incertezze, al dolore psichico, all’impossibilità a dirsi della malattia e della paura della morte? Sono convinta che, come la scelta di fare il medico o l’infermiere, così quella di diventare psicologi sia in qualche misura sostenuta da interrogativi personali sulla vita e sulla morte.
 
I pazienti in questi anni mi hanno insegnato molto sui modi più adeguati di accompagnarli. Ho imparato a imparare dai pazienti. Essere vicini a chi si ammala, a chi si sta avviando alla morte è certamente difficile, ma penso che per certi aspetti possa essere anche un privilegio. In ospedale lo psicologo è in questa azione forse più libero del medico, libero dalla responsabilità della domanda di guarigione di cui il medico viene investito. Ciò permette forse più facilmente di accettare il limite della vita, di accettare la propria fallibilità: siamo esseri imperfetti. La morte è in ordine cronologico l’ultima delle manifestazioni del fatto che siamo esseri abitati dalla mancanza, ma questa condizione permea tutta la nostra esistenza. Il lavoro in ospedale mi riporta alla mia tesi di laurea, che interrogava come proprio l’angoscia primaria, la perdita e la mancanza permettano di costituirci come esseri umani. Certamente per costruire un equilibrio vitale tra la consapevolezza della perdita e il dispiegamento del proprio essere bisogna compiere un processo di elaborazione, nulla è dato a priori. Ho in mente straordinari esempi di pazienti che hanno saputo trasformare una diagnosi e un percorso di cure difficile in un’occasione per rivedere la propria vita, i propri valori e le proprie scelte. Così anche alcuni medici e infermieri, catapultati improvvisamente nel ruolo di pazienti. “Avrò poco da vivere? Allora voglio essere davvero protagonista della mia vita”. A chi lo chiede io propongo questo: uno spazio dove discutere come far andare meglio la propria vita, indipendentemente dal tempo che rimane.
 
In questi anni ho imparato la gamma infinita di modi –le risorse, le chiamiamo noi psicologi, le soluzioni con cui le persone, adulte perlopiù, affrontano i momenti più difficili dell’esistenza. Alcuni mi sono rimasti impressi più di altri: la signora che viveva la diagnosi di cancro come un sollievo perché alle prese con il dramma per lei più grave di una violenza domestica mai confessata, la giovane donna che chiedeva aiuto per la disperazione della morte di un familiare e il senso di colpa di essere a sua volta sopravvissuta alla stessa malattia. Ancora, la paziente che mi descrisse, vicina alla morte, la propria curiosità nell’andare a scoprire quell’Aldilà su cui per tutta la vita si era interrogata. Infine il paziente che affrontava con dignità il dolore di una malattia terminale che gli toglieva ogni autonomia, in nome del ricordo dei suoi genitori in punto di morte. Questi incontri sono stati innumerevoli.
 
Non si tratta di casi eclatanti, anche quando la stampa locale ha tentato di renderli tali. Questi uomini e donne, giovani e meno giovani, rappresentano noi tutti nell’espressione delle nostre miserie e delle nostre nobiltà umane, che di fronte alle paure primordiali siamo chiamati a dover inventare soluzioni accettabili a noi stessi per continuare a sentirci vivi. Le alternative sono il logorio dell’illusione o il tormento dell’inganno, mai realmente efficaci sia per chi va sia per chi resta, almeno nella mia esperienza. Il medico si confronta su questo terreno fragile e cedevole soprattutto in due occasioni a cui ho potuto ripetutamente assistere: la richiesta di consenso informato e la comunicazione della diagnosi, ma in generale ogni comunicazione infausta, come il termine delle terapie attive e il passaggio alla terapia palliativa o una condizione clinica irreversibile. La crucialità di questi atti riguarda certamente la risposta emotiva del paziente, ma ancora prima la sfera di emozioni dell’operatore, che non può non sentirsi in qualche misura implicato e deve fare i conti con il proprio sentire.
 
Nel lavoro di questi anni riconosco la curiosità verso gli altri come un tratto che mi appartiene. Penso alla curiosità come a una spinta propulsiva, fondamentale nelle relazioni di aiuto. Se infatti ci viene a mancare il motore della ricerca di un rapporto con l’altro, possiamo considerarci spenti, privi di vitalità. Come possiamo, di conseguenza, essere davvero di supporto a chi ci chiede un indirizzo?
 
In questi dieci anni è rimasta in sospeso la possibilità di formare in modo sistematico e costante gli operatori medici e infermieri, sebbene in più occasioni richiesto. Credo ci sia molta strada ancora da fare, non perché io pensi di aver necessariamente qualcosa da insegnare, ma perché proprio la curiosità professionale mi spinge a voler essere accanto anche agli operatori, tanto ricchi di risorse e potenzialità, quanto per modelli culturali e formativi ancora scettici e diffidenti verso le possibilità realmente trasformative della parola.
 
Francesca Dionigi
(Psicooncologa del Policlinico San Matteo)
 
 
 
Nella foto, lo staff di psicologhe del San Matteo
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Data ultimo aggiornamento: 03/10/2017